Errare humanum est. Riflessioni erranti sulla scuola nel bosco

Partirei proprio da qui, dalla parola erranza.

Non si sente dire spesso questa parola, a me sarà capitato una manciata di volte nella mia vita, fra le poche occasioni in cui l’ho letta e poche altre in cui l’ho sentita pronunciare da qualcuno.

L’ultima volta che questo è successo l’ha detta Roberto Papetti, che si definisce “animatore” del Comune di Ravenna. Ce l’ha detta ad un incontro di formazione a Villa Ghigi (un meraviglioso parco pubblico di Bologna), verso fine settembre 2011. Si trattava di uno dei primi momenti formativi del progetto “La scuola nel bosco”, che mi vede coinvolto come coordinatore pedagogico di una delle scuole d’infanzia che hanno aderito, la Scuola d’Infanzia 18 Aprile 1945, del Quartiere San Vitale del Comune di Bologna.

Sotto un grande cedro che ci accolto con una piacevole ombra e commoventi rami chinati a terra per contenerci come fossimo in una tenda naturale, Roberto, seduto a terra, gambe incrociate, come tutti noi, in cerchio, inizia a parlare adagio, raccogliendo nervosamente aghi di cedro secchi e lasciandoli ricadere al loro posto per stemperare, forse, la tensione della notizia appena ricevuta di dover gestire l’intera giornata di formazione per un forfait improvviso del collega che avrebbe dovuto essere presente al pomeriggio.

A me, uno che parla adagio, pensando e pesando le parole, quasi fossero sacre, come se fosse decisivo sceglierne una piuttosto che un’altra, mi manda giù di testa.

Cominciamo bene, ho pensato, bella giornata, belle persone, bel posto -l’albero -, uno vestito normale che parla adagio.

“Cosa volete che vi dica? Come procediamo?” dice “Possiamo costruire insieme un incontro più teorico, una riflessione pedagogica, oppure possiamo lavorare insieme secondo metodologie consolidate tipo la “Earth education”, oppure vi posso proporre una terza via, una via che non conosco neanch’io, che è quella di condividere una direzione, un “da quella parte” e poi vedere dove insieme ci dirigiamo l’un l’altro, sapendo solo alla fine il percorso fatto e la meta raggiunta. Che dite?”.

Il coro “Erranza!” si alza forte chiaro sotto il cielo che sta sopra l’albero sotto il quale stiamo noi.

Io provo a pensare, velocemente, se era la terza o la quarta o la quinta volta che sentivo quella parola, con ancora nell’orecchio la mia voce che la ripeteva decisa per rispondere a Roberto.

Erranza sia, dunque.

Ed erranza fu, in effetti.

Roberto continua a parlare, si lascia interrompere e portare dove non sa dalle nostre domande, curiosità e riflessioni. Poi ci alziamo e andiamo nel bosco, perché non si è mai visto che adulti che non hanno fatto esperienza di qualcosa possano accompagnare dei bambini in un’esperienza simile.

Esploriamo, ci conosciamo, ci inventiamo molte cose, fra cui un “nascondino suggerito”, inedito, in cui ciascuno si nasconde e dopo un po’ inizia a produrre un suono di riconoscimento che nel bosco possa essere verosimile, chi conta deve trovare chi si è nascosto, secondo la “tecnica classica”, chi è nascosto aumenta il volume del suono man mano che passa il tempo per aiutare il compagno nella ricerca; non esiste, quindi, “suono libera tutti”. E’ un nascondino cooperativo.

Erranza, errare, errare nel senso di sbagliare, quindi errore, hanno la stessa radice etimologica. Credo siano concetti che possano meritarsi il titolo di presupposto teorico di fare scuola nel bosco.

Si tratta, dal punto di vista metodologico, di dare importanza a uno sguardo centrato sul percorso e non sul risultato; di essere consapevoli che si sa da dove si parte ma non dove si arriva, che si definisce una direzione, poi vediamo.

Un po’ come nell’improvvisazione musicale. Ricordo il racconto di un gruppo musicale di amici professionisti, molto bravi tecnicamente, che, utilizzando l’improvvisazione come modalità principale dei loro concerti, non avevamo mai una scaletta, un foglio cioè con scritto cosa avrebbero fatto prima e cosa dopo; così un giorno si misero un po’ d’impegno per darsi almeno una traccia; presero un foglio e si misero a decidere come procedere; Ok, inizia Paolo… (silenzio) poi… poi vediamo! Fine della riunione tecnica.

Il bosco, ma forse l’educazione in generale, è improvvisazione.

Intendo questa parola come possesso e superamento della tecnica più raffinata, che si confronta realisticamente con lo spaesamento suscitato dagli stimoli del contesto.

Nel bosco è certamente più evidente la necessità di questa competenza educativa, essendo talmente tante e tali le suggestioni che il bosco offre, e che i bambini rilanciano in un dialogo comunicativo intenso e denso di significati. Sono convinto che non solo sarebbero riduttive modalità diverse e più didascaliche, ma, mi viene da dire, che forse sarebbero addirittura impossibili da mettere in pratica.

E’ necessario errare, quindi, camminando in dialogo con i contesti, la natura, in questo caso.

Ma è necessario errare, nel senso di poter sbagliare, considerando l’errore come elemento integrante e imprescindibile di un percorso di crescita, come indicatore prezioso, ancor più prezioso, forse, dei successi e degli obiettivi raggiunti con facilità.

E’ necessario anche studiare, come Roberto che sa davvero tanto sul bosco e la natura, e sui bambini nel bosco e nella natura, per andare, però, oltre, dove la natura sa e noi no, dove i bambini intuiscono e noi no, dove è necessario prendersi per mano, umilmente, per dare senso alle esperienze, e renderle così, realmente, un gioco cooperativo, e quindi di vera crescita.

Davide Donati

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